Trenta miserie d’Italia
La miseria d’Italia numero cinque una nuvola
molto bianca una nuvola bianca
calando all’improvviso molto bianca – bianca
ha divorato il gatto steso grigio in un sole autunnale
guardava la gente passare e la gente
nella sottostante strada dentro il traffico domenicale.
Via la nuvola il gatto l’ha stretta fra i denti ciabattando furtiva
come la scia di una nave che si addentra cauta nel
porto lasciando le onde grandi del mare
io vedo come accadono le cose fiorite o sfiorite
sono lacrime di una piccola suora diseredata
ma so che cavalco sulla lama della spada tagliente e la luce sanguina.
Anche la foglia nell’aria non ha più speranza di vita.
Mi domando dove trovare il tempo per sapere negli anni
che durano un giorno
per continuare lo scavo dentro la terra di sassi e toccare
la buona radice del pioppo sovrano
tutto è livellato ormai piallato appiattito.
Sovrana la solitudine della grande campagna conduce la danza
l’uccello nero cala gridando sul solco
per il terrore della navicella spaziale che fulmina
l’aria tracciando ferite di giallo.
Milioni di chilometri e Giotto il pittore divino
si muove fra le pecore dello spazio
tocca gli astri non si brucia le mani
potrà dipingere ancora il mondo
ricordare il buio di dio
riconoscere l’occhio dell’uomo da quello della serpe.
Invadere col fuoco l’infinito così lieto e vicino
senza bruciarlo.
Roberto Roversi, “Trenta miserie d’Italia”, L’iItalia sepolta sotto la neve
(nell’immagine: ”Nimbus II” di Berndnaut Smilde)
due poesie
(dipinto di Diane Leonard)
Si espande e attraversa
Travolge forse
Sono e siamo
percorriamo
che cosa
mi poso su me stessa
stabilita ed estesa
come se fossi ovunque
il tempo mi chiede il suo nome
e per reazione mi fermo.
.
Rumori insediano il presente
Come echi del passato o timori futuri
Abbracciamoci come sempre
Per liberare il volo
e cullare la calma della nostra forza
aestella
aestella,
ti scrivo da questo angolo siderale, dove tutte le cose che guardo rimpiccioliscono, come avessi un nuovo difetto agli occhi. Ma ho timore che gli occhi non c’entrino nulla o, se c’entrano, non vogliono più affacciarsi ai perimetri della realtà. Deve essere una forma di protezione per poter comprendere almeno qualcosa di ciò che mi accade, allontanandomene, ed invece di metterlo a fuoco, come si farebbe con una foto per svelarne gli sfondi, tutto mi appare minuscolo, tutto nello sfocato secondo piano che è l’unico che riesco a sopportare. Bruscolini, sassolini di mare, come ho letto stamattina: tutto vorrei frantumare nella loro dimensione. Così banale il mio tentativo di poter per lo meno tenere qualcosa di raccolto, senza affaticarmi, senza ferirmi o spezzarmi la schiena. Non è un’impresa che riesca del tutto. Per quanto tenti di rendere a misura di mano o di punta di dita l’amore, l’amore richiede due mani, due braccia, due occhi aperti, e un corpo forte, e un corpo cedevole, e pensieri grandi e pensieri miseri, e richiede ogni parte di me.
Testo per una canzone
Frenesia
.
C’è una frenesia dentro me
c’è la frenesia dentro di me
.
Non voglio l’intrattenimento
e neanche quel divertimento
Abbiamo bisogno di realtà, noi,
di contatto, noi,
anche con voi, sì anche con voi
.
C’è una frenesia dentro me
c’è la frenesia dentro di me
.
Raccolgo il foglio caduto a terra
rimango incantato dalla debolezza
Trovo la forza nella realtà
nella frenesia che la cambierà
.
Vogliamo parlare, vogliamo parlare?
Io ti ascolto, sono qui
Non mi interessa la tua abitudine
Sono qui ora e per sempre
.
C’è una frenesia dentro me
c’è la frenesia dentro di me
.
Passerà tutto e niente
Passerà tutto e niente
La specie umana, il sistema solare
Voglio raggiungere te, solo te
Tutto il resto appartiene, alla frenesia.
liberamente inventato da Francesca E. Magni
Trilogia dello zero
“Cadere è una rivoluzione, una dinamica
lontani da sé, nell’inciampo dei giorni
- una frana distruggendo i nomi e le cose -
dove la radice non si piega nel rialzarsi
pronti di schiena, e non curva alla morte
ma piuttosto costeggia lineare allo zero
- al futuro nelle sospensioni di un riflesso -
di uno slancio che si ha nel cadere bene
in quella caduta di stile profonda e decisa,
quando si cade per rimanere altro nel volto”
Antonio Bux “Trilogia dello zero” MarcoSayaEdizioni
(nell’immagine: spettacolo “Ellipsis” di Sosta Palmizi)
Inizio di racconto astronomico
Adelaide Torretti non osa fissare le stelle, quasi volesse difenderle dal cannocchiale puntato. Preferisce far finta di guardare il buio per riposarsi gli occhi e poi, quando pensa sia il momento, girare lo sguardo solo un pochino. L’osservazione frugale della natura è il suo personale modo di stare al mondo, anche se nessuno ne è al corrente.
Perché Adelaide Torretti sa custodire i segreti.
di Francesca E. Magni
aforisma d’artista
identità e lavoro: gli umani sono quello che fanno. Gli umani artisti fanno quello che sono.
link alla teiera: http://www.joanavasconcelos.com/det_en.aspx?f=2233&o=2085
Lancio di dadi
«Di Table Talk ricordo poco, giusto il brano in cui Coleridge divide l’umanità in platonici e aristotelici. La concavità opposta alla convessità: chi considera il linguaggio la mappa dell’universo e chi ci vede un arbitrario repertorio di simboli; chi ragiona per specie e chi per individui; chi è istintivamente attratto dalle affinità e chi dalle differenze.
Il test più efficace per collocarsi con precisione consisteva nell’interpretare il senso di una parola: attonito. Il contesto era l’ultimo appunto dello Zibaldone di Leopardi, quello scritto a Firenze il 4 dicembre 1832, che dice “L’uomo resta attonito nel vedere verificata nel caso proprio la regola generale”. Se la si leggeva come qualcosa di positivo e confortante, si era platonici. Il contrario, aristotelici».
Sergio Garufi, “Il nome giusto“
parole
“La natura [...]. Mi si dirà che essa non è che una parola con cui addomesticare l’ignoto, e che sono rari i fatti decisivi che consentano di attribuirle un fine o un’intelligenza. È così. Noi maneggiamo qui i vasi ermeticamente sigillati, posti ad arredare la nostra idea dell’universo. Per non dovervi sempre scrivere Ignoto, parola scoraggiante, e che costringe a tacere, vi incidiamo in base alla loro forma e dimensione le parole: «Natura», «Vita», «Morte», «Infinito», «Selezione», «Genio della specie», e molte altre. Come coloro che vennero prima di noi vi scrissero «Dio», «Provvidenza», «Destino», «Ricompensa», ecc. È tutto qui, se si vuole, e non v’è nulla di più. Se tuttavia il contenuto dei vasi ci rimane misteriso, almeno ci abbiamo guadagnato, con queste iscrizioni meno minacciose, di poterci avvicinare, toccando i vasi e applicando ad essi l’orecchio, con benefica curiosità”.
Maurice Maeterlinck “La vita delle api”







