Donna uccello
Nuota sospesa tra l’azzurro delle piastrelle e ascolta. E’ un sentire tattile il fluido che scorre sul corpo, un’immersione dei sensi nel movimento. Riesce a percepire la tiepida carezza dell’acqua sulle spalle che si propaga all’indietro sulla superficie sotto forma di onde divergenti, che esitano lì vicino a lei. Donna in costume che muove gambe e braccia, sotto un lento ritmo muscolare che tende al ripetitivo. Donna che avanza lungo la piscina coperta, vasca dopo vasca. Le conta, sono già dodici, non le importa, continua ad attendere i pensieri. Che non si fanno attendere, l’accompagnano nel nuoto. Uno si visualizza a metà percorso e la imprime come una fotografia. Quale deve essere la sensazione muscolare e fisica di un uccello in volo. La sua. Mentre nuota spinge l’acqua, sente la pressione che esercitano le sue mani sul fluido e così deve essere per gli uccelli, spingono l’aria e a causa della densità delle loro ossa – molto minore di quella degli umani – devono esercitare una pressione molto simile a un nuotatore. O a una nuotatrice, nel caso specifico. Si vede donna uccello volare, sospesa in alto. E ancora meglio in immersione totale, nuota completamente sott’acqua, ecco come se fosse circondata dall’aria, donna uccello che vola, si libra in orizzontale e poi scende un po’ verso la terra. E l’occhio dell’uccello invece no, l’occhio è come il nostro per l’aria quindi in acqua dovrebbe essere quello di un pesce, un pesce volante. Il desiderio umano di volare non è più un sogno è qui, in acqua concreto, qui guardate, ascoltate – una specie di frenesia la prende, la scoperta rischia di sopraffarla. L’equivalenza fra nuoto e volo l’ha presa alla sprovvista, adesso esagera, cerca di sentire la spinta di Archimede e si convince di sentirla sotto la pancia. Sotto la pancia o sotto tutto il corpo, vede il proprio corpo più chiaro davanti e più scuro dietro, come se il sole l’avesse presa sempre e solo alle spalle. E davanti invece fosse stata sempre all’ombra, sdraiata in volo, ecco perché gli uccelli sono più scuri dietro. Il processo sembra non avere limite, i pensieri scorrono e sottolineano il suo sorriso.
Nella corsia accanto le giovani ragazze dell’agonismo raggiungono nuovi tempi, allenano gli organismi, si concentrano sul respiro. Altra razza, forse aquile. O forse no.
da “La macedonia” di Francesca E. Magni
dimensione
2
dimensione di me nessuna mansione
o compito che si possa
che si addica, che si additi
dia adito a
un malcapitato economico
non dico di no, però
si schianta su generazioni di gente
numerici, plurimi
sono i ruoli senza interpreti alcuni
l’assenza di volto dall’umano
è presente riempimento di vuoto
concretezza e realtà
soprattutto volgare.
3
dimensione da circo
l’incubo di bimba incapsulata sotto al rosso
alla segatura nel buio.
Freddo osseo e soffosfondo di banda
animale
4
dimensione e geometria mentale
il prossimo saggio
intere fratte non finite
spingono sotto alle dita
l’autore si sforza di schiarire
avvicinare – ammansire
l’impensato
io lettore lo attendo
ignara
lui corregge, cifra
risnoda, frigge alquanto
lei fraseggia, spezza
rimuove, passa.
forse nella stessa direzione
5
dimensione pioggia radente
spiazza l’animale crudo perché vivo
diagonali tracciate nell’aria, ali di vento.
freddo caduco nei miei rimproveri
ipotesi di schegge da pazzi
ipotesi di spiagge pulite
mi intossico sotto sforzo,
recrimino l’aria obbligata, l’uomo nero
il microcriminale che aspiro
dal piombo al sottile polveroso
il passo non mi sembrava così breve
c’è voluta quasi una vita,
cruda.
6
dimensione acquatica
irrespirabile
cloro o sale
acustiche altre
diversi terreni, tridimensionali,
avvolgono l’essere
e lo trasformano
7
dimensione men
a new
lo ascolto alla radio
o inceppo nel video
come la carta stagna
sfrigola e luccica
lo accartoccio
8
dimensione piccola
fine e inizio di se stessa
guarda l’alto l’altissimo
sbadiglio o stupore?
piccoli disegni su fogli grandi
con matite e punte
con le dita
stropiccia nuvole di polveri colorate
su cartoncini e nastri
dissimula bene fra le fessure dei libri
nasconde segretissimi sotto cassettoni
così piccoli da sparire
poi scopre qualcosa
di ancora più piccolo
poesia
dimensione da cercare perché è qui accanto
forse la vedi forse no
passa emerge sommersa e io qui con lei
c’è o no, sì e no
la calma di una pozza
non ancora vicina ma presente
come quella signora nera.
io non so perché la vedono femmina la morte.
materia senza genere
di cose del.
Non è un ragionare
È un singhiozzo perso
[ho rubato il quadro a Elio Copetti]
un grande domino
“Aspettare significa essere attivo o passivo?”
“La mia esistenza è il prodotto di diverse cause o lo scatenarsi di una serie di effetti?”
“Tutti i giorni noi agiamo, in ogni momento provochiamo egli effetti intorno a noi.
Ma spesso non ne siamo coscienti. Allo stesso modo, dimentichiamo tutto quello che ci ha generati, che ci fa vivere o ci trasforma, perché troppe cose, troppe ragioni diverse contribuiscono alla nostra esistenza, al nostro modo di essere. Viviamo in un grande domino, una lunga catena molto complessa dove niente accade per caso, niente avviene senza conseguenze e tutto alla fine sembra collegato. Ognuno di noi dipende dalle cose e dalle azioni degli altri, a tal punto che a volte ci chiediamo dove stia la nostra libertà”.
da “Il Libro dei grandi contrari filosofici“
ringrazio Valentina per avermi fatto conoscere i libri di Oscar Brenifier e Jacques Després
filigrane e frammenti
Metta a verbale la mia confessione: sono uno studioso di scienze naturali, ma non sono un materialista. Cosa sono, non lo so ancora. Ad ogni modo ritengo che non solo lo spazio e il tempo, ma anche la stessa materia sia opera della cooperativa di produzione Senso & Ragione. Il mio mondo non è composto di oggetti tangibili, ma di processi complessi. Tutte le condizioni e tutti i decorsi vi sono compresi allo stesso tempo e quindi in nessuno. Ciò che ne vediamo sono frammenti. Fotogrammi di una pellicola che vengono fatti sfilare sul proiettore temporale sistemato dietro la nostra fronte. Ci mostrano la realtà come danza di cose concrete.
Faccia questo esperimento, Schilf. Prenda la macchina fotografica. Si installi di notte sul tetto di un grattacielo. Imposti un’esposizione di vai secondi e fotografi un incrocio stradale. Cosa vede? I fari delle auto e dei tram in forma di tratti rettilinei od ondulati. Un reticolo di linee. Maggiore è l’esposizione e tanto più fitta risulta la rete.
E adesso prenda questa tazza da tè. Si immagini di poterla fotografare dall’alto impostando un’esposizione di un milione di anni. Non otterrebbe una tazza, ma un intreccio impenetrabile. Una macchia chiara al centro e sfrangiata ai bordi, dove il caolino si forma nel terreno. Tutt’intorno le tracce delle persone che estraggono il caolino e lo trasformano in porcellana. Il farsi della tazza. Il suo trasporto. Il suo uso. Il suo decadimento. Il ritorno in circolo dei suoi componenti. Distinguerà anche – siamo molto in alto, la osserviamo da un’estrema prospettiva a volo d’uccello – le storie di nascita e morte di tutte le persone coinvolte nella fabbricazione e nell’utilizzo della tazza. E inoltre le filigrane di quegli esseri e oggetti che hanno avuto, hanno o avranno a che fare con la gente della tazza. Nonché con i suoi antenati e discendenti e così via. Vedrebbe – no, non guardi da un’altra parte, guardi la tazza! – vedrebbe che questa tazza è collegata a tutto al di là dei confini del tempo e dello spazio, perché tutto è parte di un unico e solo processo. E se adesso potesse impostare il tempo di esposizione su infinito e la distanza altrettanto, scorgerebbe la realtà così com’è. Una confluenza aspaziale e atemporale.
da “Un semplice caso crudele” di Juli Zeh (titolo originale “Schilf“)










