filigrane e frammenti
Metta a verbale la mia confessione: sono uno studioso di scienze naturali, ma non sono un materialista. Cosa sono, non lo so ancora. Ad ogni modo ritengo che non solo lo spazio e il tempo, ma anche la stessa materia sia opera della cooperativa di produzione Senso & Ragione. Il mio mondo non è composto di oggetti tangibili, ma di processi complessi. Tutte le condizioni e tutti i decorsi vi sono compresi allo stesso tempo e quindi in nessuno. Ciò che ne vediamo sono frammenti. Fotogrammi di una pellicola che vengono fatti sfilare sul proiettore temporale sistemato dietro la nostra fronte. Ci mostrano la realtà come danza di cose concrete.
Faccia questo esperimento, Schilf. Prenda la macchina fotografica. Si installi di notte sul tetto di un grattacielo. Imposti un’esposizione di vai secondi e fotografi un incrocio stradale. Cosa vede? I fari delle auto e dei tram in forma di tratti rettilinei od ondulati. Un reticolo di linee. Maggiore è l’esposizione e tanto più fitta risulta la rete.
E adesso prenda questa tazza da tè. Si immagini di poterla fotografare dall’alto impostando un’esposizione di un milione di anni. Non otterrebbe una tazza, ma un intreccio impenetrabile. Una macchia chiara al centro e sfrangiata ai bordi, dove il caolino si forma nel terreno. Tutt’intorno le tracce delle persone che estraggono il caolino e lo trasformano in porcellana. Il farsi della tazza. Il suo trasporto. Il suo uso. Il suo decadimento. Il ritorno in circolo dei suoi componenti. Distinguerà anche – siamo molto in alto, la osserviamo da un’estrema prospettiva a volo d’uccello – le storie di nascita e morte di tutte le persone coinvolte nella fabbricazione e nell’utilizzo della tazza. E inoltre le filigrane di quegli esseri e oggetti che hanno avuto, hanno o avranno a che fare con la gente della tazza. Nonché con i suoi antenati e discendenti e così via. Vedrebbe – no, non guardi da un’altra parte, guardi la tazza! – vedrebbe che questa tazza è collegata a tutto al di là dei confini del tempo e dello spazio, perché tutto è parte di un unico e solo processo. E se adesso potesse impostare il tempo di esposizione su infinito e la distanza altrettanto, scorgerebbe la realtà così com’è. Una confluenza aspaziale e atemporale.
da “Un semplice caso crudele” di Juli Zeh (titolo originale “Schilf“)
in mostra

Corpo Automi Robot, Museo d’Arte di Lugano, 25 ottobre 2009 – 21 febbraio 2010
Her morning elegance
da “The opposite side of the sea” di Oren Lavie
interno

Eccoli lì, seduti in circolo mentre fuori, senza che nessuno se ne accorga, cala segretamente la sera. Dall’interno si vede l’oscurità premere contro i vetri delle finestre e si sentono di tanto in tanto dei rumori sulla strada, o il suono ritmato di un tamburello da una chiesa dei dintorni. Nella stanza, invece, tutto è tranquillo. Per un attimo nessuno parla, e ogni volto sembra rabbuiarsi come il cielo di fuori. Mia madre fa dondolare leggermente il busto, e gli occhi di mio padre sono chiusi. Tutti stanno guardando qualcosa che un bambino non può vedere. Per un attimo si sono dimenticati dei figli. Può darsi che ce ne sia uno sdraiato sul tappeto, mezzo addormentato. Oppure che qualcuno, tenendone un altro in braccio, gli stia accarezzando distrattamente la testa. Può darsi che un bambino, tranquillo e con gli occhi grandi, se ne stia raggomitolato in un angolo su una poltrona. Il silenzio, l’oscurità che sta sopraggiungendo e l’oscurità di quei volti gli incutono misteriosamente paura. Lui spera che la mano che gli accarezza la fronte non smetta mai, che non si fermi mai. Spera che non debba arrivare mai il momento in cui gli adulti non siederanno più in circolo in soggiorno, a raccontare da dove vengono, e quello che hanno visto, e quello che è successo a loro e ai loro cari.
Nel bambino, però, c’è qualcosa di profondo e vigile che gli dice che questa cosa è destinata a finire, che sta già finendo. Tra un attimo qualcuno si alzerà e accenderà la luce. Allora gli adulti si ricorderanno dei piccoli e per quel giorno non parleranno più. E mentre la luce invade la stanza, quel bambino è invaso dall’oscurità. Sa che ogni volta che succede questo lui si avvicina un po’ di più all’oscurità che c’è là fuori. E’ proprio da lì che vengono, ed è ciò a cui devono resistere. Il bambino sa che non parleranno più perché se lui sapesse troppo di quel che è successo a loro, saprebbe troppe cose e troppo presto su quello che succederà a lui.
da “Il blues di Sonny” di James Baldwin (in “Racconti musicali” a cura di Carlo Boccadoro)
nell’immagine: “Profondità” di Alessandro Paolotti
Il tè di gelsomino

Continuando a camminare lungo la stradina dei lillà trovarono un’altra casetta dipinta di rosso, di blu, di uccellini e di fiori, con un’insegna che diceva: “Pao Ciao – Pittore di cose vere“.
Il giardinetto era pieno di bambù e di campanelline bianche e rosa di convolvoli. Nel giardino c’era anche un roccione alto e scuro da cui precipitava una cascata d’acqua spumeggiante.
Vicino alla cascata c’era un pittore distratto, con un berrettone rosso che gli scendeva su un orecchio, che si agitava davanti a un cavalletto su cui era fissato un lungo foglio di carta. Con tanti pennellini e con tanti colori, il pittore dipingeva una casetta rossa e blu, con un giardinetto pieno di bambù e convolvoli in cui c’era una roccia con una cascata.
- Signor pittore, – gli chiese Cion con rispetto, – non hai mica una bella tazza di tè di gelsomino per l’imperatore mio amico?
- Non ne ho. – rispose il pittore senza voltarsi, – Però se vuoi posso dipingerla.
- Non è mica lo stesso, – osservò Cion Cion Blu.
- E’ lo stesso, – protestò il pittore seccato, – perchè la dipingo così bene che poi è come se ci fosse veramente.
- E si può anche berla? – domandò Cion un po’ incredulo.
- E si può anche berla, – disse il pittore.
Prese un altro foglio di carta e in un momento dipinse una bella tazza turchina piena di un liquido bollente; era talmente bollente che il vapore bagnava tutta la carta.
- Ecco, – disse il pittore.
Staccò la tazza dalla carta e la porse a Uei Ming.
L’imperatore ne bevve un piccolo sorso poi cominciò a protestare: – Ma questo non è tè di gelsomino, è aranciata!
- E’ aranciata! – disse Cion Cion Blu tutto contento, – dalla a me.
Prese svelto la tazza e se la bevve tutta leccandosi le labbra.
- E’ buonissima, – disse. – E’ buona come quella che mi preparo io alla mattina.
Il pittore era contrito e teneva gli occhi bassi.
- Scusatemi, – disse. L’ho dipinta sbagliata. Non sono mai riuscito a dipingere il tè di gelsomino. Non so perchè. Non so perchè. Se volete vi posso dipingere una tazza di salsa di pomodoro.
Cion chiese all’imperatore:
- Ti va bene la salsa di pomodoro?
- No, no – rispose Uei Ming; – ho proprio voglia di un po’ di tè di gelsomino.
dal capitolo quinto di “Cion Cion Blu” di Pinin Carpi
Cantos

tappeto per i Cantos. Tre ciliegie centrali annunciano un’estate perenne. Tappeto per la resa di grazie e l’alleluia. Vi sono uccelli azzurri, lampi di luce chiarissima. Vi è il suono di voci umane ed animali che viaggia nello spazio senza indebolirsi
Il bianco indica la salute degli occhi vispissimi. Il rosso e l’arancio le strade che non vanno in nessun posto. Tessitore entusiasta.
(dallo spettacolo Cantos, Teatro Valdoca, 1987, testi di Mariangela Gualtieri)
Per festeggiare due anni di blog, propongo il riscaldatore elettrico per nasi del Dottor Bunsen, col freddo che fa!!!
bestiario digitale

Ecco un altro di quei posti nei quali mi piace passare: Singlecell
nel mese di marzo ci sono tanti quadrati volanti…
[vampa #105]
sono molto felice di pubblicare anche qui l’ultima vampa (multiplo di 5) di Alessandro
Splendo l’assenza di appigli e scintille non può prendermi nel suo cono d’ombra potrà farmi dubitare questo sì lo sta già facendo ma anche oggi ho visto crollare molte delle cose che ieri avevo visto gemmare per cui ieri avevo voluto lottare e ancora tra tutte una sola ho voluto che restasse bianca e incorrotta con la marina liberata di calure e lividezze splendo e rido come avessi in corpo solamente sole terre rosse e vigne come fossi il monte velato di ogni goccia del sangue del crepuscolo come fossi un corpo solo con il fresco di questi mattini la schiuma bianca che tenta la riva sempre più a fondo la luna prima pallida e poi calice di bianco serico profumato così impercettibile addirittura ogni segno lasciato dal fuoco richiude ammutolito. Non avevamo forse detto che noi soli saremmo rimasti in piedi nudi sopra le ceneri e che le braci ci avrebbero segnati ma non consumati né divorati? Come vedi il vecchio vizio di ostinarsi a nascere e rinascere nessuno è riuscito ancora a togliercelo ci lanciamo tra i due lassi come farebbero gli acrobati o gli scommettitori comunque appesi al culmine di una febbre che avanza con lunghe strade negli occhi sconosciute e illuminate e mute se non fosse per il ronzio della vita stessa che le attraversa come un sangue o una corrente o una lode a Dio o un instancabile concerto di elitre e tamburi che vibra di corde e colpi e carni e sudori vaporando di pudori remore e nequizie vociando del vociare di piazze nell’ora dei bicchieri sempre colmi. Ho tutto in borsa e spezzerò i sigilli soltanto ricordando che liberi eravamo quando niente e nessuno aveva un prezzo o un uso o una debolezza da forzare o da celare.
In foto: ventare v. intr. [der. di vento] (io vènto, ecc.; aus. avere), ant. o poet. – 1. Soffiare, tirare vento, con costruzione pers. o impers.: la parte da dove venta l’Africo; ventava forte; Rincalza su la spiaggia ora la nave Nera con pietre, che al ventar non tremi (Pascoli); O rabido ventare di scirocco Che l’arsiccio terreno gialloverde Bruci (Montale); in senso fig.: il turbine poi delle passioni religiose che ventava dalle alpi germaniche (Carducci); un urlo di tutti i petti ventò verso l’intrepido (D’Annunzio). 2. Muovere l’aria, soffiare verso una persona, farle vento, con costruzione impers. o pers.: Senti’ mi presso quasi un muover d’ala E ventarmi nel viso (Dante); le fiaccole … turbano il sonno dei grandi pipistrelli-vampiro ed è un turbinare di ali silenziose che ci ventano in volto (Gozzano); riferito all’aria stessa: va come beandosi dell’aria che gli venta sulla bella faccia di cera (Pirandello). 3. Sventolare (nel sign. intr.): per l’azzurro ciel la gialla insegna Passa a gl’itali zefiri ventando (Carducci). (Monte Conero-Ancona, 2009)
archeologia
ho trovato i miei quaderni delle elementari


prima elementare
“il tempo pieno pieno mi piace”

quarta elementare (Materia: Poesie)


organismi

E’ la metropoli quella che abbiamo sotto gli occhi.
Le vediamo attraverso lo sguardo di un uccello notturno che vola alto nel cielo. Nel nostro sconfinato campo visivo, appare come un gigantesco animale. O un confuso agglomerato, composto da tanti organi avvinghiati l’uno all’altro. Un’infinità di arterie si protendono fino alle estremità di un corpo inafferrabile, vi fanno circolare il sangue e ne rigenerano di continuo le cellule. Trasmettono nuove informazioni, e raccolgono quelle vecchie. Comunicano nuovi bisogni, e raccolgono quelli vecchi. Portano nuove contraddizioni, e raccolgono quelle vecchie. Al ritmo di queste pulsazioni, il corpo si accende in più punti, si infiamma, si contorce. La mezzanotte è vicina, il metabolismo di base per sostenere la vita dell’organismo, che ha appena superato la fase culminante della sua attività, continua con vigore inalterato. Un gemito, quasi un accompagnamento in sottofondo, si leva dalla città. Un gemito monotono, privo di alti e bassi, eppure denso di presagi.
[...]
Una vistosa monovolume nera percorre lentamente le strade come se volesse valutarne l’atmosfera. I vetri oscurati da una pellicola nera le danno l’aspetto di un animale dotato di pelle e organi speciali, un animale che vive negli abissi marini.
da “After dark” di Murakami Haruki
link scientifico: Il cervello, la città (I grandi agglomerati urbani sono strutturati come la materia grigia nel cervello, lo sostiene una ricerca del politecnico Rensselaer, negli Stati Uniti)
