fem

pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

impressioni (1)

per via dell’insinuazione

rimasi

e non passai oltre

Annunci

aprile 29, 2008 Posted by | forme, scritte | 8 commenti

tempi acidi

 

Il signor Rancido è andato dal medico,

il dottor Stigma. “Dottore”, ha cominciato a lamentarsi,

“non riesco a respirare. Mi sento un peso dentro e

delle fitte continue allo stomaco.”

L’uomo di scienza l’ha fatto accomodare

nell’apparecchio a raggi X

e ha esaminato le interiora del paziente.

“Ha un sottaceto incastrato nella vena cava

e i gangli del simpatico sono tutti aggrovigliati.

Eccole la ricetta,”

ha detto il dottore. “È un motivetto per sottaceti.

Lo canti tre volte al giorno prima dei pasti. Buon giorno.”

 

 

Tomi Ungerer “Sono papà Snapp e queste sono le controstorie che preferisco”

 

aprile 24, 2008 Posted by | scritte | 4 commenti

Mi appello alla costanza del tempo, al suo procedere senza o con utili delusioni.

di Roberto Roversi

Non vorrei tanto teorizzare intorno alla domanda o a un problema quale è quello enunciato che inerisce alla domanda (d’altra parte non lo saprei neanche fare); preferisco affrontarlo direttamente, da uomo stupido, proprio come un problema che e lì davanti e nemmeno io nel mio ambito privato posso eluderlo, perché mi coinvolge ogni momento e mi costringe a insisterci sopra. Quelle che seguono sono dunque alcune considerazioni, per quel che valgono. Dallo sgomento generale e dalla perdita di qualsiasi identificazione (di qualsiasi punto preciso e deciso, di riferimento) non si può non concludere, accettandone l’idea, che il presente non è tanto un periodo di trapasso ma è una conclusione del passato e una novità assoluta dell’avvenire (quale che sia). Qualche cosa (o tutto) è finito per sempre; qualcosa (o tutto) sta ricominciando uscendo fuori nuova e intera per la nostra angosciata sorpresa. Sembra a me che la conferma di ciò sia non solo la crisi esistenziale che, esibendola in pubblico o custodendola in privato, ciascuno di noi si porta addosso, ma soprattutto la crisi generale, in atto, dei linguaggi, così come si conoscevano, così come erano usati e regolati fino ad ora; perché siano sostituiti; e il trasferimento è appena cominciato, quindi siamo appena all’inizio delle straordinarie tecnologie parlanti, e semplificate e regolate da leggi che si collocano fuori dai precedenti schematismi.
L’operazione straordinariamente approfondita e inevitabile tende – per poi concludere – all’unità, all’uniformità linguistica mon­diale; con la relativa acquiescenza o affrettata obsolescenza degli stupendi linguaggi senti­mentali finora noti, quali erano quelli nazionali, che ci hanno suggerito indimenticabili emozioni. Questa standardizzazione dei linguaggi comporta oggi e comporterà domani anche la standardizzazione dei messaggi esistenziali, dei messaggi privati dell’uomo, ossia la riqualificazione, meglio: l’uniformazione dei suoi sistemi di segnaletica sentimentale; quindi dei vari lin­guaggi della poesia, anche della poesia, della prosa narrativa, della prosa critica, ecc.

Ecco, a me pare però (o conseguentemente) che sia in atto anche una tremenda sottrazione di autonomia nei riguardi dell’uomo; in concomitanza al trasferimento del suo sistema di segni. Mentre da una parte la comunicazione tende e tenderà a essere sempre più chiara, vale a dire più precisa, più pronta, più completa (e non più sovrabbondante, fino a ritornare oscura o mediata, come è attualmente), dall’al­tra parte si impoverirà, perdendo di intensità, di qualità, ma acquistando una costante di chiarezza e di specificità anche nel segnalare le variabili del privato. Di conseguenza affiora la domanda: fare (dico fare e non dico più scrivere), fare poesia per esempio sarà ancora possibile?

Secondo me un margine di possibilità persiste­rà, nell’ipotesi di interferire capziosamente, con malizia interessata, all’interno dei sistemi tecnologici di comunicazione; quindi sarà, po­trà essere una poesia dell’interferenza, della manomissione rapida lucida ma truffaldina; una più astuta mimesi dei giuochi scritti del passato; affidata a invenzioni sui cavi più che sulle parole. Come ho premesso, faccio alcune considerazioni affatto specifiche con relative conclusioni private, partendo da personali modi di approccio alla lettura o alla realtà, così come la vedo. Se il mondo cambia (e cambia in fretta) il nostro problema è se dobbiamo la­sciarci sgomentare e quindi progressivamente annichilire dentro a diatribe delle singole vec­chie verità offese o dentro a funebri orge del privato, oppure se dobbiamo cominciare ad allestire i primi fuochi o i primi suoni per deli­mitare il mondo che stiamo aspettando e già viene. E questo rifiutare, cominciare a intende­re il rifiuto dell’angoscia come un atto tragico ma necessario ma positivo di conoscenza del reale, è un altro dei punti concreti di avvio. Il cuore dell’uomo, in questo mondo ormai ma­gro di terra e di verde, non è più il protagonista. Direi che il protagonista è l’inquietudine pro­fonda interferita da una speranza e da una curiosità altrettanto profonde. Anche se molti tendono ancora a struggersi seguendo la voce di un qualche aedo che insiste a soffiare nell’orecchio antichi suoni contornati di malinconie. Protagonista inoltre è la società, tutta intera la società, che non ha più paura delle macchine e anzi sta compiendo un lucido sposalizio con esse.

Io non so, non lo so accora e quindi non so dire se il mondo che nascerà, quando sarà compiuto potrà essere un buon mondo o un mondo da rifiutare (il cosiddetto mondo invivibile); per me non ci sarò purtroppo a vederlo e a contar­lo. Ma sarà certo un mondo diverso, preparato e inevitabile per l’uomo del duemila. Noi an­davamo in giro fino a ieri con le carrozze. Per­ciò possiamo appena intuire (immaginare) quale rumore o quale suono o quale musica sentiranno fra mille anni gli uomini che viaggeranno da qua a là. Qua e là sono due punti che non so neanche più indicare. Ma so una cosa: quello sarà un mondo in cui non ci sarà più la nostalgia delle fortezze espugnate. In altre parole: la memoria storica avrà una più ironica e libera leggerezza. Senza più la delicata ma terribile zavorra delle crostate della nonna.

pubblicato il 12/12/1981 su “La tribù”

aprile 18, 2008 Posted by | 1, scritte | 7 commenti

Depapepe

 

 

Dunk da ascoltare drunk dopo ‘stellezioni che non ne voglio sape’ più gnente, non leggo giornà, non guardo tivvù (quello giàpprima) anche se lli amici me mandano mails con aggiornamenti politici e polizieschi pazzeschi.

Scovo ‘sti japan anni ’70 e allora YEAH YEAH YEAH e saluti alla primavera

 

 

‘scolta qui

http://www.youtube.com/watch?v=I3RaQPUgWU4&feature=related

 

eppooi ‘sto Cocktal K. de FK quanno è pronto? Bho??

 

aprile 16, 2008 Posted by | numeri | 1 commento

41 numero primo

Aforisma di compleanno:

Ho avuto tutto dalla vita. Tutto quello che volevo e tutto quello che non volevo.

aprile 15, 2008 Posted by | scritte | 24 commenti

vignetta (animata) pre-elettorale

I nasoni di Joshua Held: qui

 

aprile 11, 2008 Posted by | Special Guest JoshuA Held | 33 commenti

bollito

dimenticato sul fuoco da fem

fotografato carbonizzato e sfocato

aprile 9, 2008 Posted by | teiere | 4 commenti

ammazz che machine!

si ascolta tutto qui (ulteriori informazioni qui)

ringrazio il mio amico di Fotomontaggi Personalizzati per avermi segnalato ‘sta potenza de video!

aprile 5, 2008 Posted by | macchine | | 6 commenti

Il libro sbilenco

sbilenco.jpg

Chi del tennis vuol sapere

chieda a questi due signori,

mai la palla fan cadere,

son due grandi giocatori.

 

A quaranta sono entrambi

“E così voi rimarrete!”

grida Bobby tra due scambi

e si porta via la rete.

 

tratto da Il libro sbilenco di Peter Newell, 1910

libro.jpg

aprile 1, 2008 Posted by | forme, numeri | 9 commenti