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pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

Per sentiero e per foreste

di Giuliano Scabia

g_scabia 

Qualche giorno fa – di mattina –
mentre camminavo nel bosco chiamato
foresta di Vincigliata –
e intorno la brezza faceva frusciare i pini e i
quercioli,
e le cicale frinivano, moltissime,
e lontano affiorava qualche clacson,
e i miei sandali cercavano i passi in discesa sul
sentiero,
improvvisamente mi è squillato nella tasca il
telefono –
tono tenue – cri cri:
ho risposto:
era il critico Massimo Marino che mi segnalava
l’intervista a Mimmo Cuticchio apparsa su
“l’Unità”:
ma per gli alberi sentivo male e ho detto:
compro il giornale, leggo e ti chiamo:
e lui: sì:
poi ho pensato, quasi subito:
cicale, aria e vento, fruscii di alberi, passi, clacson,
     trillo del telefono, voce mia e voce da lontano
sono tutte narrazioni –
e ascoltarle è la metà del racconto.

Cari amici, stimati cantastorie e cuntisti,
pupari, poeti, attori e narratori, folisti e burattinai,
disegnatori, pittori, costruttori, manovratori,
   gente del teatro e no,
studiosi appassionati,
pian piano sono andato imparando
che il mondo è fatto di cose, tempo, esseri
  viventi, sogno
e voci che dicono una presenza.

Voci.
C’è chi racconta meglio e chi peggio,
chi ha duende e chi no (come dice Lorca) –
ma oggi – 30 luglio  2004 – voglio parlare per
   un momento
delle voci quotidiane e umili che,
insieme a quelle alte dei poeti e narratori
tengono vivo il tessuto delle chiacchiere
(ciàcoe, to chat, chattare)
senza cui i grandi racconti e canti non esisterebbero;
le chiacchiere sulla porta di casa, nelle botteghe,
   al telefono, i dialoghi degli innamorati, le liti,
il mormorio dell’acqua affascinato dalla gravità,
il fruscio dei fiori che si aprono,
il battito delle ali di una farfalla o il suo silen-
   zio immobile sul fiore,
il ronzio delle api
e tutti i rumori suoni e apparizioni
che possiamo chiamare voci
in quanto e-vocano e in-vocano.

Vento, fiato, respiro.
Che storia è quella del vento,
ànemos e spirito – anima luogo del respiro,
  mantice e zampogna,
soffio di ciò che ha vita
e di ciò che sembra non averne
come la luna e le galassie
con le loro piroette e venti cosmici.

L’antica, antichissima parola sèmita (il sentiero, la via)
non si sa precisamente nella radice cosa significhi:
ma come parola intera avrà voluto indicare,
   credo,
quei sentieri appena nati,
per la prima volta tracciati, quando i popoli
si spingevano in cerca di bestie, acqua, calore e stelle –
indoeuropei e no,
nottambuli guerrierissimi impauriti dai draghi
e spesso loro preda –
eremiti coraggiosissimi in grotte piene d’inset-
   ti cirocndate da leoni e serpenti,
abitatori di foreste estese dappertutto
e disboscatori a scopo di fare radure per col-
   tivare, pascolare, fare recinti, capanne e 
   fuochi.
Loro sì che per quei sentieri da formiche,
in gruppi sempre aggrediti e sempre aggressori,
imparando a mettere talvolta l’amore – e la
   poesia d’amore –
accanto alla violenza e allo sterminio,
e il bene stare accanto alla fame, alla peste e
   alla vita corta,
coi denti malandati e le sciancaggini mal curate,
i bambini morti nascendo e le madri scon-
   quassate dai parti,
gli assalti per rubare donne, bambini, animali
   e mangiarseli,
loro sì che ne avevano di cose da raccontare –
per esempio che c’erano luoghi dove non
   bisognava entrare,
e che avevano visto mostri con sette teste e
   cento occhi e fuoco in bocca,
e maghi malefici e benefici,
e ladroni con la clava – o la schioppa –
e donne grasse e bellissime, nude, culone,
destinate a fare cento filgli.
Me li figuro quando verso notte accendevano
   il fuoco
là dove due o tre sentieri si aprivano in radura –
lucus – luogo più chiaro di luce – tempio –
e seduti, carneggiando, con qualche brodo di
   castagne o fagioli e ranocchi o minestre di
   amarumi
circondati da bestie che aspettavano gli ossi
ma anche, per la prima volta nel corso dell’evoluzione,
storie di cui non capivano niente
anche se parlavano di loro in lingua di
   Neanderthal o di Homo sapiens – storie
che gli faceva piacere sentire
perché così si sentivano in compagnia di quello strano essere,
animale anche lui,
con tante parole rispetto a tutti gli altri abitatori del mondo,
con quella bocca non tanto grande
ma tanto divoratrice e chiacchierona.

Ecco – me li figuro così i sentieri dei racconti:
e quelle radure, o cime di monti,
dove forse vennero tirate su pareti di capanne
  e tane di affetti,
con pentole e reliquie, discorsi, chiacchiere, ti
   ricordi, mi ricordo –
me li figuro come i germi del luogo dove ci troviamo ora,
chiesa di san Francesco,
noi bestie che ci facciamo domande sul senso del narrare.

Contami una storia, tienimi vivo. Dimmi come stai.
Così, secondo me, dice il pensiero all’anima
   sempre piena di sete
e di respiro:
tienimi vivo: tienimi sospeso (nel vento)
in suspense – là sospeso
sul grande abisso dell’universo che respira e si espande,
sospeso di curiosità:
e tu non mollarmi,
dice l’anima al respiro,
ti prego,
che in questa notte non ci vedo chiaro.

Chiara invece è la notte, con un po’ di vento,
quando la voce fa sentire il vagito,
l’invocazione che vaga in cerca della madre (la
  madre dei racconti).
Sono qui, ascoltami – dice lui.
Sta calmo, ascolta – dice lei.
Ninna nanna ninna o. Nana bobò.
Così la madre narra al suo bambino sveglio e impaurito
il mistero dell’andare e venire,
dei quattro cavalieri e della memoria. Memoria,
la fonte a cui tutti bevono.

A partire dal su e giù delle ninne nanne,
su per il fruscio della linfa e lo svelarsi dei paesaggi –
e per le corse avanti e indietro di tutto – il
   Grande Indriovanti –
per l’immobilità apparente dei sassi e la mobilità della luce
è un continuo svelamento, di sentiero in sentiero,
sentendo, guardando la bellezza delle diversità,
i milioni di lingue che gli insetti, le erbe, le stelle,
  gli uomini parlano per tenersi presenti –
tutti frammenti di un discorso immenso, finito e infinito
come il sistema dei numeri – logos a cui tutto appartiene –
per cui, a volte, mi viene da tradurre quel
   famoso inizio del Vangelo di san Giovanni
   così:

in principio c’era un grande racconto
racchiuso in un nucleo infinitamente denso
che poi si è aperto in mille discorsi, vene, arterie, sentieri, vie,
e in ogni vena, o sentiero, c’è la forma del grande racconto:
il grande racconto, così, si è incarnato nelle
   voci, nei corpi e nelle cose,
in tutti i corpi e cose esistenti, dappertutto –
   e tutto,
anche nei luoghi più lontani e muti è sempre
   lui, il racconto, numero e favola,
sapienza umile,
che si svela in ogni apparizione e presenza,
infinitamente numeroso,
sentiero che non finisce, come i numeri, mai.

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febbraio 15, 2009 - Posted by | numeri, sconfinamenti, scritte

3 commenti »

  1. giuliano scabia è folletto.
    e l’ho pure conosciuto.
    non sai che folletto sia.
    o forse sì che lo sai.

    Commento di harvey | febbraio 17, 2009 | Rispondi

  2. lo so lo so
    è un folletto folle
    di quelli veri,
    io lo vidi apparire e sparire, tutto in una sera!!

    Commento di forzaelettromotrice | febbraio 18, 2009 | Rispondi

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