fem

pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

Electricity (E.)

electr.jpg  franklin.jpg 

OLD http://www.youtube.com/watch?v=HPyClNtyFOs

.

 

 

 

yeah.jpg

 

 

        

 

 

 

 

NEW http://www.youtube.com/watch?v=7LGawdfUeoU&feature=related

Come stai?

Elettrica, grazie!

(Il tutto non si addice ad Elettra)

 

gennaio 31, 2008 Posted by | macchine | 5 commenti

robot ipergalattico di gnufista anonimo

gnufo_mariobianco.jpg

segretamente carpito da Mario Bianco

gennaio 30, 2008 Posted by | macchine, sconfinamenti, Special Guest Mario Bianco | 6 commenti

Concorso a premi

Oggi è andata in onda a “pigreco new” di Radio città del capo di Bologna l’intervista sul blog di fem.

Non ho idea di come questa persona sia riuscita a spacciarsi per me, avendo io una voce suadente e calda e non quella di una trombetta nasale per giunta con l’accento milanese… si capisce, era una fem a circuito chiuso, tzè, poveretta…

Chi riesce a contare quanti “noo?” in intercalare questa mia anonima è riuscita a sparare in soli 11.54 minuti vince in premio la E.

baci

 fem

gennaio 29, 2008 Posted by | sconfinamenti | 10 commenti

cielo quadro

cielo.jpg

gennaio 25, 2008 Posted by | forme | 18 commenti

quinconcia

“quinconcia” un cerchio centrale al quale sono tangenti quattro cerchi minori

 

bitonto_grifone_con_fiore_.jpg
pavimento dell’abbazia di Bitonto

 Il pavimento contiene non un cerchio semplice, ma una “quinconcia”, cioè una cerchio che ne genera quattro: questi quattro cerchi non sono perfetti, in quanto non hanno origine in sé stessi e il percorso lungo la loro circonferenza conduce al di fuori di essa, lungo quella del cerchio maggiore. L’imperfezione delle quattro ruote della “quinconcia” rappresenta i cicli, le riprese, il rinnovarsi, ed hanno a che fare con la creazione in atto: ci si trova nell’ambito del divenire, del mutevole, del caduco, di ciò che dipende per essere creato. Le ruote di Pomposa non sono quelle dell’eternità, ma quelle del tempo che scorre, della storia dell’umanità, con il suo bagaglio di miserie e passioni, entusiasmi e orrori.
(dalla tesi di Chiara Musatti “Ricerche sull’iconografia del pavimento musivo dell’abbazia di Pomposa“)

gennaio 21, 2008 Posted by | forme, numeri | 27 commenti

5/12 = quincunx

incollo di seguito un testo che ho trovato qui: http://www.esad.it/arco/start/empoli/bagnoli_m/artista06.htm 

bagnoliparabola.jpg    

Marco Bagnoli (Empoli, 1949)

“In questo luogo, apriamo il triangolo A.R.S., i cui vertici suonano Arte/Religione/Scienza. Il triangolo è ora preso dalla linea di suono (M) tracciata dalla scomparsa dell’oggetto. Rispetto a questa linea i vertici assumono una diversa posizione: L’immagine dell’Arte ne emerge in forma autonoma (A1). Lo Spirituale (R)- inizio di quella traccia-, trova un’eco di risonanza con la linea d’orizzonte del Testimone (A). A: ( se da un lato offre di sé la parte invisibile allo specchio, dall’altro guarda in un occhio che non può vedere). E’ la Scienza (S) il naturale terzo estremo da cui si slanciano i vertici A e R del cono visivo. Punto cieco nel fuoco di quella stessa traccia. Si tratta ora di definire o ridefinire la posizione dei singoli punti alla luce nel loro movimento interno e dunque porre una diversa relazione”1.

Il rapporto tra Arte, Scienza e Spirituale è fondamentale nella speculazione di Marco Bagnoli. Dopo gli studi in Chimica all’Università di Pisa, lascia il laboratorio per presentare a Pescara (Il Buon Luogo…, Pescara-Roma 1976- 78) e a Torino (Teatro Gobetti, 1977) le prime opere sul tema.
E’ l’inizio di un lungo cammino in questa direzione. Alla fine degli anni Settanta Bagnoli è tra i fondatori della rivista Spazio x Tempo, il cui nome battezza da allora gran parte delle sue pubblicazioni e dei suoi lavori artistici.
L’artista inserisce una X nella continuità spazio-temporale della teoria della relatività einsteiniana; ottiene una formula che si fa portatrice di senso profondo in Arte. Infatti lo Spazio e il Tempo sono i due fattori in cui si inscrive da sempre l’attività artistica. Inoltre le due parole contengono in sé IO x TE (Spaz(IO) x (TE)mpo), estremi del rapporto tra l’artista demiurgo e il mondo, tra uno e doppio. La X centrale è infine visualizzazione del Cono degli Eventi, schema dello scorrere fenomenologico, sorta di clessidra in cui il punto d’intersezione coincide col presente dei fatti. Il punto diventa elemento costitutivo di un’opera come Spaz(IO) x (TE)mpo, realizzata al Castello di Santa Maria Novella (Certaldo), in occasione di Dopopaesaggio 1997. L’installazione è lo schema di una piantagione a quinconcia da seminare nei terreni del Castello.

spazioxtempo_b.jpg   mongolfiera_bagnoli.jpg

   

La riflessione sul Quincunx2 è un altro dei momenti chiave del percorso di Marco Bagnoli. Nel 2000, l’artista ha pubblicato un libro interamente dedicato a questo concetto, in cui studia le definizioni e le infinite applicazioni della quinconcia nella storia. “Nell’antica Roma, frazione di 5/12 dell’unità”3, il quincunx si traduce in uno schema di X ripetute, definite solo dai punti estremi, in cui ogni punto esterno è anche centro di una X adiacente.
L’opera Spaz(IO) x (TE)mpo è posta verticalmente su una parete interna alle mura di fortificazione del Castello di Santa Maria Novella, sopra una fonte antica. E’ una mappa colorata che ribalta la visione ed impone un’astrazione mentale.
Guardare le cose dall’alto significa capirne le relazioni, i rapporti geometrici, le distanze. Implica adottare un metodo scientifico; per misurare e proiettare.
Il volo impone questo cambiamento di prospettiva. Così il 4 settembre 1984, in Olanda, Marco Bagnoli ha fatto salpare una mongolfiera. Un pallone di stoffa che col proprio meccanismo investe terra, fuoco e aria. Tre dei quattro elementi, la cui interpretazione metaforica rimanda alle “coordinate di una visione interna all’anima”4. La stessa mongolfiera è riapparsa poi nei corridoi labirintici della Fortezza da Basso, a Firenze e ancora nella sala ottagonale della stessa architettura. Ha acquisito la forma di scheletro ligneo del pallone aerostatico. L’artista ha ripercorso il momento di passaggio dall’alchimia alla chimica, quando alla fine del Settecento i fratelli Mongolfier misero in moto il primo volo.

Le conquiste scientifiche influenzano in modo determinante la riflessione di Bagnoli. Anche se l’arte sa vedere oltre.
“L’opera è sempre un miracolo, perché essa avviene nel mondo e per il mondo. (…) Avviene nel vuoto e in questo avvenire compie, per eccesso, l’offerta di sé”5. L’artista non crea, si limita a comprendere ciò che già è. Ma lo fa in modo diverso dalla scienziato. Se l’arte è una manifestazione dell’essere, la scienza “rispetto a ciò non sa come stanno le cose. Agisce in generale. Il suo sguardo riflette la natura, un soggetto verso un oggetto”6.
Con le sue partecipazioni a Documenta di Kassel (1982) e alle Biennali di Venezia (1986 e 1997); con le numerose personali che istituzioni italiane ed estere gli hanno dedicato, Marco Bagnoli trova una sua precisa collocazione nel firmamento dell’arte contemporanea.
“Bagnoli realizza interventi complessi, carichi di conflittualità, di rimandi ermetici e rituali, di evocazioni magiche, creando un rapporto acuto di tensione più energetica che emotiva attraverso segni e colori, riuscendo, peraltro, a raggiungere anche una sottile, sottesa carica poetica”7.


1 M. BAGNOLI, Disegno A.R.S., in “Arte Religione Scienza”, a cura di M. GIUSTI, Firenze, 2000, p. 12- 13
2 M. BAGNOLI, Quincunx, Vicenza, 2000
3 G. DEVOTO, G. C. OLI, Il dizionario della lingua italiana, Firenze, 1993
4 F. SALVADORI, Spazio x tempo, in “Marco Bagnoli”, Firenze, 1991, p. 2
5 A.SOLDAINI, Spazio x tempo, conversazione con Marco Bagnoli e Giuseppe Scali, in A.SOLDAINI, M.BAGNOLI, Marco Bagnoli, Prato, 1996, p. 6
6 Idem, p. 8
7 L. VINCA MASINI, Arte contemporanea. La linea del Modello. Arte come progetto del Mondo. Firenze, 1996, Vol. 4, p. 620- 21.

gennaio 21, 2008 Posted by | numeri, sconfinamenti | 4 commenti

Pi greco

pigreco.gif

E’ degno di ammirazione il Pi greco
tre virgola uno quattro uno.
Anche tutte le sue cifre successive sono iniziali,
cinque nove due, poiché non finisce mai.
Non si lascia abbracciare sei cinque tre cinque dallo sguardo,
otto nove, dal calcolo,
sette nove dall’immaginazione,
e nemmeno tre due tre otto dallo scherzo, ossia dal paragone
quattro sei con qualsiasi cosa
due sei quattro tre al mondo.
Il serpente più lungo della terra dopo vari metri si interrompe.
Lo stesso, anche se un po’ dopo, fanno i serpenti delle fiabe.
Il corteo di cifre che compongono il Pi greco
non si ferma sul bordo della pagina,
E’ capace di srotolarsi sul tavolo, nell’aria,
attraverso il muro, la foglia, il nido, le nuvole, diritto fino al cielo,
per quanto è gonfio e senza fondo il cielo.
Quanto è corta la treccia della cometa, proprio un codino!
Com’è tenue il raggio della stella, che si curva a ogni spazio!
E invece qui due tre quindici trecentodiciannove
il mio numero di telefono il tuo numero di collo
l’anno millenovecentosettantatre sesto piano
il numero degli inquilini sessantacinque centesimi
la misura dei fianchi due dita sciarada e cifra
in cui vola e canta usignolo mio
oppure si prega di mantenere la calma,
e anche la terra e il cielo passeranno,
ma non il Pi greco, oh no, niente da fare,
esso sta lì con il suo cinque ancora passabile,
un otto niente male,
un sette non ultimo,
incitando, ah, incitando l’indolente
eternità
a durare.

(Wislawa Szymborska)

ringrazio Guido per avermi fatto conoscere questa poesia

gennaio 19, 2008 Posted by | numeri, scritte | 7 commenti

Blob di bolg: La prima volta

La prima volta che mi sono imbattuta in un blog è stato nel 2003 – 4 perchè citava un mio articolo (forse sul magnetismo terrestre o forse sulle nuvole o forse su Lucrezio) e l’impatto è stato: illeggibile, vado altrove. Vedevo i blog come lunghi diari on line poco interessanti.

La prima volta che ho letto un blog, andando oltre i titoli, è stato meno di un anno fa. Cercavo notizie sui libri di Dario Voltolini e da Wikipedia sono capitata in Nazione Indiana e c’era un post di Antonio Sparzani, che conoscevo dai tempi dell’Università. Il mio primo commento è stato infatti al post di Sparzani “Complementarità e dintorni 1” 8 febbraio 2007.

Mi piacerebbe mettere di seguito una lista di altre vostre prime blog-volte, se ne avete memoria.

Per invogliarvi vi regalo la prima foto apparsa nel web (1992): la copertina delle LHC (Les Horribles Cernettes, le stesse iniziali del Large Hadron Collider del Cern di Ginevra) mitica band alle alte energie.  Indimenticabile “You quark me up” in “Strong Interaction”. Sito web qui.

lhc5.jpg

gennaio 17, 2008 Posted by | scritte | 22 commenti

mondo, mondi

roma.jpg  gange.jpg

mandi

colonna sonora “Anima mundi” di Philip Glass

gennaio 15, 2008 Posted by | forme, sconfinamenti | 4 commenti

Il triforme corpo di Cristo

trisezione.jpg

Una storia del secolo IX
di Andrea Blasina (Efialte)

Pascasio Radberto e Ratramno, abate l’uno e monaco l’altro, non sono personaggi umbratili nella storia della prima metà del IX secolo, ma letteralmente dei protagonisti della «prima grande controversia eucaristica della storia» – così Stanislao Fioramonti nel libro che fa da guida in questa ricerca, vale a dire la sua edizione del De sacro altaris mysterio di Innocenzo III. Figure così importanti, Pascasio Radberto e Ratramno, da avere entrambi sostenitori e detrattori (avversario di Pascasio fu il monaco Gottescalco di Orbais, condannato al carcere per la sua teoria della duplice predestinazione al Paradiso o all’Inferno, che proprio dal carcere scrisse contro Pascasio); ebbero perfino due precursori nelle figure di Amalario di Metz e Floro di Lione, che qualche anno prima ebbero una singolare disputa che Fioramonti definisce appunto «un anticipo». Di Amalario e di Floro si tratta qui. La carriera di Amalario di Metz: alunno di Alcuino ad Aquisgrana, metropolita di Treviri, ambasciatore di Carlo Magno a Costantinopoli, e finalmente «coepiscopo» di Metz, in Lorena. Uomo di potere e di dottrina, Amalario scrisse nell’820 un Liber officialis (o De ecclesiasticis officiis), opera ponderosa – di 580 pagine l’edizione del 1948 a cura di Jean-Michael Hassens – che spiegava allegoricamente tutte le parti della Messa. L’opera dell’820 non suscitò dispute per ben quindici anni, e mi viene da pensare che sia semplicemente rimasta lì dov’era, senza suscitare grandi richieste presso i copisti.
La prima disputa eucaristica della storia, l’anticipo della grande controversia di Pascasio Radberto e Ratramno, ebbe luogo soltanto quindici anni dopo, quando Amalario, lasciata Metz, divenne arcivescovo di Lione al posto di Agobardo, l’anno 835 dopo la nascita di Cristo. E proprio a Lione viveva Floro, che nella disputa si contrappose ad Amalario, e giunse ad accusarlo di eresia: Floro «di Lione» per l’appunto, che della cattedrale di quella cità era arcidiacono.
Questo il tema della contesa lionese: in qualche parte della sua opera Amalario aveva commentato in modo allegorico la frazione dell’ostia in tre parti, dicendo «che le tre parti in cui il celebrante la riduceva rappresentavano il “triforme Corpus Christi”: quello nato da Maria Vergine e risorto, quello rappresentato dal popolo cristiano vivente (il corpo mistico di Gesù) e l’insieme dei fedeli defunti, che è parte del corpo mistico». Fu questa interpretazione a suscitare, nell’835, il ritardato «scalpore» di cui Fioramonti dà notizia.
La disputa tra Amalario di Metz e Floro di Lione ebbe una prima conclusione nell’838, quando Floro nel concilio di Quiercy «ottenne la condanna dei simbolismi di Amalario e della sua teoria sul triforme corpo di Cristo, ottenendo anche dall’imperatore il ritorno di Agobardo alla sede di Lione al posto dell’avversario».
«Ottenendo anche dall’imperatore…» è la frase su cui si può lavorare per ricostruire la seconda versione della storia di Floro e Amalario. Alla notizia della destituzione di Agobardo dall’arcivescovado di Lione, si può immaginare Floro recuperare una copia del Liber officinalis scritto quindici anni prima dal nuovo arcivescovo – l’usurpatore; e poi vedere Floro che la sera, cessati i molti uffici da arcidiacono, scruta il codex alla ricerca di qualcosa di inaccettabile, di sospetto, di scandaloso. Un Cristo triforme dovette sembrare a Floro, più che uno scandalo religioso, un’eccellente opportunità.
Si possono immaginare i tre anni di convivenza fra l’arcivescovo e l’arcidiacono della cattedrale, accusato il primo di eresia dal secondo, e costretto a difendere quella breve sezione del suo monumentale opus, a farsi paladino di un’esile struttura retorica, di una cosa che avrebbe preferito non avere scritto, e che avrebbe volentieri cancellato piuttosto che abiurarla. Alla fine Floro l’ebbe vinta, e Amalario modificò la sua posizione. Nota curiosamente Fioramonti: «Ma le accuse contro Amalario erano ingiuste, tanto che la sua espressione sul triforme corpo di Cristo verrà ripresa dagli scolastici successivi». Dal carcere, pochi anni più tardi, Gottescalco di Orbais continuerà a lottare contro l’ecessivo realismo della visione di Pascasio: è invece lecito pensare che a Floro di Lione, riportato sul suo posto il suo arcivescovo Agobardo, poco altro importasse.

(in figura: trisezione dell’angolo con il metodo della Concoide di Nicomede)

gennaio 13, 2008 Posted by | forme, sconfinamenti, scritte, Special Guest Efialte | 26 commenti