fem

pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

Donna uccello

 

Nuota sospesa tra l’azzurro delle piastrelle e ascolta. E’ un sentire tattile il fluido che scorre sul corpo, un’immersione dei sensi nel movimento. Riesce a percepire la tiepida carezza dell’acqua sulle spalle che si propaga all’indietro sulla superficie sotto forma di onde divergenti, che esitano lì vicino a lei.

Donna in costume che muove gambe e braccia, sotto un lento ritmo muscolare che tende al ripetitivo. Donna che avanza lungo la piscina coperta, vasca dopo vasca. Le conta, sono già dodici, non le importa, continua ad attendere i pensieri. Che non si fanno attendere, l’accompagnano nel nuoto. Uno si visualizza a metà percorso e la imprime come una fotografia. “Quale deve essere la sensazione muscolare e fisica di un uccello in volo?” La sua. Mentre nuota spinge l’acqua, sente la pressione che esercitano le sue mani sul fluido e così deve essere per gli uccelli, spingono l’aria e a causa della densità delle loro ossa – molto minore di quella degli umani – devono esercitare una pressione molto simile a un nuotatore. O a una nuotatrice, nel caso specifico.

Si vede donna uccello volare, sospesa in alto. E ancora meglio in immersione totale, nuota completamente sott’acqua, ecco come se fosse circondata dall’aria, donna uccello che vola, si libra in orizzontale e poi scende un po’ verso la terra. “E l’occhio dell’uccello invece no, l’occhio è come il nostro per l’aria quindi in acqua dovrebbe essere quello di un pesce, un pesce volante”.

Il desiderio umano di volare non è più un sogno è qui, in acqua concreto, qui guardate, ascoltate – una specie di frenesia la prende, la scoperta rischia di sopraffarla. L’equivalenza fra nuoto e volo l’ha presa alla sprovvista, adesso esagera, cerca di sentire la spinta di Archimede e si convince di sentirla sotto la pancia. Sotto la pancia o sotto tutto il corpo, vede il proprio corpo più chiaro davanti e più scuro dietro, come se il sole l’avesse presa sempre e solo alle spalle. E davanti invece fosse stata sempre all’ombra, sdraiata in volo, ecco perché gli uccelli sono più scuri dietro. Il processo sembra non avere limite, i pensieri scorrono e sottolineano il suo sorriso.  

Nella corsia accanto le giovani ragazze dell’agonismo raggiungono nuovi tempi, allenano gli organismi, si concentrano sul respiro. Altra razza, forse aquile. O forse no.

 da “La macedonia” di Francesca E. Magni

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gennaio 15, 2010 - Posted by | scritte

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