fem

pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

Sofia K.

 sono molto felice perché posso pubblicare questo racconto, lo ha scritto Amelia e non finirò mai di ringraziarla

 sofia

 

Mi chiamo Sofia K. e il mio più grande maestro, rivelatore dell’aleph del mio cuore, è stato il muro che ha limitato per anni l’aprirsi e il chiudersi dei miei occhi con movimenti di stella marina.

Mia madre, nei giorni del trasloco nella casadelmuro, incarta bianchi levrieri di ceramica, piccole latte chiuse da miniature di mondi trainati da cavalli velocissimi nella foresta, il suo cristo Acherotipo, al quale si rivolge in sussurri notturni per tenere lontante le cornacchie della sfortuna dalla nostra nuova abitazione nella campagna cristallizzata. Segue per ore uomini di straordinaria mitezza mentre combaciano le carte su innumerevoli pareti fredde che dovrebbero racchiudere non solo la sua nobile dotazione di chincaglierie e le stampe delle glorie militari di mio padre, ma forse frenare di fuori lo stesso galoppo della vita.

La minuzia dell’arredo però si arresta un giorno nevoso di ottobre, quando i bellissimi rotoli di carta da parati finiscono alla soglia della mia camera. I negozi di San Pietroburgo sono lontani ed io ancora troppo piccola per pretendere i tralci d’edera dei salotti anche sul mio baldacchino.
Così, mio padre estrae da un baule un fascio di litografie sui calcoli differenziali e integrali del luciferino professor Ostrogradskij, li cosparge di colla e tapezza tre pareti su quattro della mia stanza.

Da quel giorno, nelle nasse dei miei pensieri si incagliano le onde dei limiti, i semplici ed accoglienti ingressi del pi greco e le incognite x, piccole croci senza martiri che corrono tutto il giorno e raccolgo esauste di sera, negli angoli della camera.
Non so cosa siano quei segni, ma la loro potenza mi marchia a fuoco e diventano, goccia a goccia, gli erosori del mio destino.
Un destino che tocco con la sola nudità delle mani e degli occhi, confidando in due sensi.

Queste pagine, vergate di formule antiche attirarono subito la mia attenzione. Mio ricordo di aver passato delle ore davanti a questo muro misterioso.
Sofia K.

Quando comprendo che quei segni marini sono matematica, il modo per rappresentare i cambiamenti e le interconnessioni del mondo, chiedo a mio padre di poter entrare nei segreti del muro. Mi viene impedito di sedermi tra i banchi delle scuole dove si celebra la purezza dei libri ma, ogni giorno, per 168 giorni, dalle 14 alle 18, posso ascoltare il miope Aleksander Strannoliubskij che, con passo aggraziato da fenicottero, mi istruisce al calcolo infinitesimale, quanto di più vicino esista all’illusione di poter indagare i limiti illimitati del tangibile e dell’immaginato.
Quando il professore parla, le sue sono parole che si adagiano nella mia testa come un broccato sul tavolo da ricevimento di cui conosco già ogni intreccio: ogni punto l’ho realizzato di giorno in giorno senza saperne il disegno ultimo.

Quando mi furono impartite queste prime nozioni, mi ricordai improvvisamente di aver già visto tutto sul muro della mia camera di bambina e mi sembrava che i termini di cui si serviva il professore mi fossero da lungo tempo familiari.
Sofia K.

Scopro l’arco di curva dell’amore in Fedor Dostoesvskij quando, ad un ricevimento a base di pesci essicati e pregiati, mi dice, passandomi accanto mentre scherzo sulle crinoline delle bianche invitate, che non dovrei studiare per niente e che se voglio conoscere un uomo, devo sentirlo ridere. Lo dice serissimo e la crisalide della mia attrazione per lui non si trasforma mai in farfalla.

Così, per uscire dai quei muri il cui verde e oro si stingono e si stringono ogni giorno di più, nel 1868 sposo senza preciso assenso, il paleontologo Vladimir Kovalevskij, un lasciapassare per l’evoluta Germania, per Heidelberg, dove io posso, contrariamente a quanto pensi ciascuno di quei paludati umanisti, avanzare come una lucertola sulla parete del calculus tastandone resistenza, vuoti, pieni, l’eco di un varco.

Il mio chiodo è ormai così fondo in me che un giorno finalmente, ab absetia, come se fossi già morta da tempo, mi consegnano la laurea impedendomi di presentarmi.
Nessuno può vedere, nessuno sapere cosa accade da quel momento in me. Prendo carta e penna e con una smania vicina alla felicità, completo il trattato sulla rotazione di un corpo solido intorno ad un punto fisso, come se dovessi convicere il mondo dell’esistenza del calore del sole. Come se dovessi convincere il mondo che esisto.
Raccolgo, come quelle litografie del muro, tutti i miei lavori
la teoria delle equazioni differenziali parziali
e
la riduzione di una classe di integrali abeliani di terzo grado a integrali ellittici,
e parto.

Nei momenti più tristi mi aggrappo alla matematica. E’ bello poter pensare che esista un mondo del tutto separato dal nostro io e sento la necessità di pensare ad argomenti indipendenti da qualsiasi implicazione individuale.
Sofia K.

L’infelicità e la felicità si manifestano sempre insieme, sgorgano per me dallo stesso punto, dall’aleph, e tendono, entrambe, all’infinito e quell’infinito a tornare nello stesso luogo.

Sei il sole.
Sì, sei il sole che compie una rotazione immaginaria purché io viva, come vive la terra,
anche se la terra dovesse vivere un giorno come la farfalla
e come la farfalla esaurirsi immediatamente nella sua bellezza.
E lo stesso lotta per la felicità.

Ma questo sole eterno, queste lunghe notti chiare troppo in anticipo sul calore dell’estate (…) promettono una felicità che non sanno dare.

Sofia, sei bella, affascinante, di modi semplici, senza traccia di presunzione. Quando parli il tuo viso si illumina con una grazia femminile e intelligenza che sono abbaglianti. Come il sole.

Mi innamoro di F., uno storico russo. La maldicenza percorre come un’innondazione ogni ambiente che frequento, sommergendolo di cattiverie limacciose.

Un altro muro,
il più possente.
Non
vivo
più.
Troppa
felicità.

Sofia K. muore a 41 anni, per un attacco di cuore.

Chi non ha mai avuto occasione di approfondire la conoscenza della matematica, la confonde con l’aritmetica e la considera arida scienza. In realtà è una scienza che richiede molta immaginazione. Uno dei più grandi matematici del nostro secolo osserva che è impossibile essere matematico senza avere l’animo del poeta. (…) A me pare che il poeta deve soltanto percepire qualcosa che gli altri non percepiscono, vedere più lontano degli altri. E il matematico fa la stessa cosa.
Sofia Kovalevskaja

Annunci

novembre 28, 2008 - Posted by | scritte

12 commenti »

  1. La Kovalevskaja somma, senza mende,
    i tratti e bizze attratti e bizantini
    di chi ratto nel core mi s’apprende:
    Madelia e i suoi cunicoli bambini
    trascritti e stesi al vento come tende
    a diventar centellinati vini,
    ed a lavagna ignari, come ragni,
    numeri appesi di Francesca Magni.

    Orgoglioso di essere vicino a questo post,
    da impostore.

    Commento di efialte | novembre 28, 2008 | Rispondi

  2. E’ un bel regalo questo che ci hai fatto. Non solo per la gioia della lettura, c’è armonia tra il linguaggio poetico e i riferimenti al matematico, visione inedita e accattivante rispetto a una disciplina che ingiustamente ha fama di antipatica.

    Commento di metrovampe | dicembre 1, 2008 | Rispondi

  3. E’ davvero un bel regalo e mi rammarico di averlo letto tardi, però ci sono arrivato a questo scritto cristallino e a quest’anima “nobile”!

    Lo sai, Fem, che sono sempre stato un pessimo allievo nelle aritmetiche?( ho odiato…) :-((
    Andavo benino in Fisica, perché la sentivo vicina alle cosa “pratiche”, agli oggetti.
    Ma a 18 anni un’amica mia, Magherita, bravissima matematica, mi fece dei paragoni, così poetici, delle matematiche superiori, che m’incantai tutto e la guardavo sperso; essa accostava l’immensità del mondo, la sua complessità a un insieme di numeri che tenevano su il tutto e lo rivelavano, in parte.
    Parlava poeticamente.
    Lei, ch’era cristiana, ci vedeva uno specchio del divino.

    MarioB.

    Commento di cf05103025 | dicembre 1, 2008 | Rispondi

  4. questa era casa sua.
    adesso lo so.

    (grazie)

    Commento di harvey | dicembre 2, 2008 | Rispondi

  5. nebbia in val padana

    Commento di sgt. Pepper | dicembre 6, 2008 | Rispondi

  6. sto ascoltando questo:
    Glenn Gould plays Bach: French Suite no 5

    Commento di forzaelettromotrice | dicembre 7, 2008 | Rispondi

  7. sergente? abiti vicino a me? nella stessa nebbia?

    Commento di harvey | dicembre 10, 2008 | Rispondi

  8. efi devo dirti questo, spassionatamente, anche se non mi piace questa parola che toglie la passione con una semplice consonante:
    invemti il mondo.
    e te ne vorrei quasi ordinare uno.

    Commento di harvey | dicembre 10, 2008 | Rispondi

  9. Harvey, ieri nebbia, oggi neve. Quasi, quasi vadi in letargo.
    Intanto porgo auguri di buone feste

    Commento di sgt. Pepper | dicembre 10, 2008 | Rispondi

  10. eddai sergente. a meno che tu non abbia il pc all’aperto. in questo caso sei giustificato, vero fem?

    Commento di harvey | dicembre 11, 2008 | Rispondi

  11. più che in letargo io vado al largo ;-|

    ma non alla deriva eh? no, no. Solo un po’ al largo…..

    però preparo altro post di prim’ordine, forse per settimana prossima, che ora la zattera fa un po’ acqua, anzi neve.

    baci

    fem

    Commento di forzaelettromotrice | dicembre 11, 2008 | Rispondi

  12. nel frattempo metto il disegno che mi ha regalato oggi Elena

    Commento di forzaelettromotrice | dicembre 12, 2008 | Rispondi


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: