fem

pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

Mi appello alla costanza del tempo, al suo procedere senza o con utili delusioni.

di Roberto Roversi

Non vorrei tanto teorizzare intorno alla domanda o a un problema quale è quello enunciato che inerisce alla domanda (d’altra parte non lo saprei neanche fare); preferisco affrontarlo direttamente, da uomo stupido, proprio come un problema che e lì davanti e nemmeno io nel mio ambito privato posso eluderlo, perché mi coinvolge ogni momento e mi costringe a insisterci sopra. Quelle che seguono sono dunque alcune considerazioni, per quel che valgono. Dallo sgomento generale e dalla perdita di qualsiasi identificazione (di qualsiasi punto preciso e deciso, di riferimento) non si può non concludere, accettandone l’idea, che il presente non è tanto un periodo di trapasso ma è una conclusione del passato e una novità assoluta dell’avvenire (quale che sia). Qualche cosa (o tutto) è finito per sempre; qualcosa (o tutto) sta ricominciando uscendo fuori nuova e intera per la nostra angosciata sorpresa. Sembra a me che la conferma di ciò sia non solo la crisi esistenziale che, esibendola in pubblico o custodendola in privato, ciascuno di noi si porta addosso, ma soprattutto la crisi generale, in atto, dei linguaggi, così come si conoscevano, così come erano usati e regolati fino ad ora; perché siano sostituiti; e il trasferimento è appena cominciato, quindi siamo appena all’inizio delle straordinarie tecnologie parlanti, e semplificate e regolate da leggi che si collocano fuori dai precedenti schematismi.
L’operazione straordinariamente approfondita e inevitabile tende – per poi concludere – all’unità, all’uniformità linguistica mon­diale; con la relativa acquiescenza o affrettata obsolescenza degli stupendi linguaggi senti­mentali finora noti, quali erano quelli nazionali, che ci hanno suggerito indimenticabili emozioni. Questa standardizzazione dei linguaggi comporta oggi e comporterà domani anche la standardizzazione dei messaggi esistenziali, dei messaggi privati dell’uomo, ossia la riqualificazione, meglio: l’uniformazione dei suoi sistemi di segnaletica sentimentale; quindi dei vari lin­guaggi della poesia, anche della poesia, della prosa narrativa, della prosa critica, ecc.

Ecco, a me pare però (o conseguentemente) che sia in atto anche una tremenda sottrazione di autonomia nei riguardi dell’uomo; in concomitanza al trasferimento del suo sistema di segni. Mentre da una parte la comunicazione tende e tenderà a essere sempre più chiara, vale a dire più precisa, più pronta, più completa (e non più sovrabbondante, fino a ritornare oscura o mediata, come è attualmente), dall’al­tra parte si impoverirà, perdendo di intensità, di qualità, ma acquistando una costante di chiarezza e di specificità anche nel segnalare le variabili del privato. Di conseguenza affiora la domanda: fare (dico fare e non dico più scrivere), fare poesia per esempio sarà ancora possibile?

Secondo me un margine di possibilità persiste­rà, nell’ipotesi di interferire capziosamente, con malizia interessata, all’interno dei sistemi tecnologici di comunicazione; quindi sarà, po­trà essere una poesia dell’interferenza, della manomissione rapida lucida ma truffaldina; una più astuta mimesi dei giuochi scritti del passato; affidata a invenzioni sui cavi più che sulle parole. Come ho premesso, faccio alcune considerazioni affatto specifiche con relative conclusioni private, partendo da personali modi di approccio alla lettura o alla realtà, così come la vedo. Se il mondo cambia (e cambia in fretta) il nostro problema è se dobbiamo la­sciarci sgomentare e quindi progressivamente annichilire dentro a diatribe delle singole vec­chie verità offese o dentro a funebri orge del privato, oppure se dobbiamo cominciare ad allestire i primi fuochi o i primi suoni per deli­mitare il mondo che stiamo aspettando e già viene. E questo rifiutare, cominciare a intende­re il rifiuto dell’angoscia come un atto tragico ma necessario ma positivo di conoscenza del reale, è un altro dei punti concreti di avvio. Il cuore dell’uomo, in questo mondo ormai ma­gro di terra e di verde, non è più il protagonista. Direi che il protagonista è l’inquietudine pro­fonda interferita da una speranza e da una curiosità altrettanto profonde. Anche se molti tendono ancora a struggersi seguendo la voce di un qualche aedo che insiste a soffiare nell’orecchio antichi suoni contornati di malinconie. Protagonista inoltre è la società, tutta intera la società, che non ha più paura delle macchine e anzi sta compiendo un lucido sposalizio con esse.

Io non so, non lo so accora e quindi non so dire se il mondo che nascerà, quando sarà compiuto potrà essere un buon mondo o un mondo da rifiutare (il cosiddetto mondo invivibile); per me non ci sarò purtroppo a vederlo e a contar­lo. Ma sarà certo un mondo diverso, preparato e inevitabile per l’uomo del duemila. Noi an­davamo in giro fino a ieri con le carrozze. Per­ciò possiamo appena intuire (immaginare) quale rumore o quale suono o quale musica sentiranno fra mille anni gli uomini che viaggeranno da qua a là. Qua e là sono due punti che non so neanche più indicare. Ma so una cosa: quello sarà un mondo in cui non ci sarà più la nostalgia delle fortezze espugnate. In altre parole: la memoria storica avrà una più ironica e libera leggerezza. Senza più la delicata ma terribile zavorra delle crostate della nonna.

pubblicato il 12/12/1981 su “La tribù”

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aprile 18, 2008 - Posted by | 1, scritte

7 commenti »

  1. Io so di un Roberto Roversi autore di alcune splendide liriche delle canzoni di Dalla e degli Stadio.
    E’ lui? o facevo meglio a star zitto.

    Commento di sgt.Pepper | aprile 20, 2008 | Rispondi

  2. sì è lui.

    avevo già postato altre sue poesie (forse in novembre o prima – o dopo, adesso vado a vedé)

    buona serata

    fem

    Commento di forzaelettromotrice | aprile 20, 2008 | Rispondi

  3. Potrebbe essere stata scritta nel 1781, o nel 1881.
    Buona serata e affetto, e buona settimana.
    efi

    Commento di efialte | aprile 20, 2008 | Rispondi

  4. Oppure scritta in una giornata piovosa mentre s’ascoltava una sua canzone. Iltesto mi pare pure in tema.

    Commento di sgt.Pepper | aprile 21, 2008 | Rispondi

  5. qui c’è Roversi che legge alcune sue poesie:

    http://www.radioemiliaromagna.it/protagonisti/n_12_i_protagonisti_di_ieri.aspx

    Commento di forzaelettromotrice | aprile 22, 2008 | Rispondi

  6. E beh! Atmosfere di bei tempi passati. Strano ma son riuscito a ascoltare per intero il commentatore (chi è?).

    Commento di sgt.Pepper | aprile 23, 2008 | Rispondi

  7. è un altro poeta di Bologna: Salvatore Jemma

    Commento di forzaelettromotrice | aprile 23, 2008 | Rispondi


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