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pourquoi il y a quelque chose plutôt que rien? (Leibniz)

La scrittura come vendetta

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Ecco un raccontino pubblicato nell’aprile 1995 sul Vivimilano del Corriere della Sera, che aveva indetto un concorso di racconti metropolitani.

Qualche mese prima avevo alfine dichiarato il mio sofferto amore (sotto consiglio spinto di un amico che mi voleva bene e al quale sono ancora legata) a un tale non ancora trentenne come me, in un baretto vicino a Porta Romana, che si spacciava per birreria, con i tavoli di legno formato cresima. Ma a me neppure il battesimo, quella volta. Anzi un bel rifiuto molto garbato e un “ti frequento perché hai molti amici simpatici”.

E così dopo le dovute lacrime mi sono vendicata con questo scritto che riporto per dovere di cronaca.

Epilogo: e meno male che mi disse di no, altrimenti il luglio dello stesso anno avrei mancato l’intersezione spazio-temporale favorevole che mi fece rivedere e frequentare l’attuale padre di mia figlia, nonché Franco.

 

La cartina di Tornasole

Lei era abbastanza pericolosa, soprattutto per i disorientati. Anche se era cosciente di questo, quando qualcuno, per strada, le si avvicinava chiedendole un’indicazione, lei non riusciva a resistere e lo aiutava. Soltanto che purtroppo si sbagliava sempre sistematicamente. Quella volta che in Viale Papiniano un ragazzo in bicicletta le aveva chiesto indicazioni per “Via Sforza”, lei, sicura e senza esitare, aveva visualizzato nella sua mente “Via De Amicis” e gli aveva spiegato con esattezza il percorso per raggiungerla. Il ragazzo non era ancora sparito dalla sua vista che, ecco, improvvisamente si accorgeva del suo errore e mortificata si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Non si pensi che facesse questo per cattiveria o cinismo, perche’ era lei la prima a stupirsi e a dispiaceri per questo fatto. Quando si sentiva rivolgere una “richiesta stradale”, non esitava a rispondere subito, gentile e pronta ad aiutare il prossimo, ma senza motivo, capitava sempre il fattaccio. Anche quella volta, ad esempio, fu colta in seguito dai rimorsi e ci rimuginò sopra per un po’ di tempo. In fondo anche quel ragazzo era stato vago, “Via Sforza”, eh grazie! Ma Via Ascanio Sforza oppure Via Francesco Sforza? E poi perche’ si era rivolto proprio a lei, piena di sacchetti del supermercato, che avanzava visibilmente a fatica sul marciapiede fra lo smog? Mistero.

            Lui le piacque subito. Si incontrarono a Parigi: lui le si avvicino’ con una cartina aperta in mano e indicando Versailles le chiese brutalmente “Pour qua?”, che suonava esattamente come “pourqoi”, il “perche’” francese!

Fu colpo di fulmine immediato. Lei scoppio’ a ridere e gli disse che poteva parlare Italiano e che comunque non sarebbe stato molto utile ne’ saggio fidarsi delle sue indicazioni. Fu una settimana bellissima, girarono per tutta la metropoli innamorandosene (lui) e innamorandosi (lei).

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Tornati a Milano, la solita vita riprese sia per lei, che lavorando alla Rinascente indirizzava sventurati clienti alla ricerca del reparto “casalinghi” verso quello “uomo-sport”, sia per lui, anche se in modo molto piu’ losco. Eh si’, perche’ in effetti anche lui era pericoloso, ma questa volta sul serio. In poche parole: spacciava. Per chiarezza, non spacciava una Via per un’altra, no, lui proprio vendeva droga. Lei non lo sapeva, ma nel suo inconscio qualcosa doveva essere successo, perche’ infatti se ne era innamorata e, come ben si sa, ci si innamora solo dei delinquenti. Che si abbia a che fare con delinquenti alla lettera, oppure semplici criminali dell’anima non cambia molto.

Questa storia quindi non ebbe alcun seguito, se non qualche messaggio di lei, lasciato a vuoto nella segreteria telefonica di lui. A riprova che lui non provava assolutamente nulla per lei e che anzi la considerasse proprio una stupida sta, per concludere, il seguente fatto. L’unica sera che erano usciti insieme era stata al Parco di Trenno: dei ragazzi che volevano fumare marjiuana avevano chiesto “Scusa c’hai mica una cartina?” e lei, candida, aveva risposto “Perche’, vi siete persi?”. Cosi’ lui si era visto sfuggire l’occasione per concludere un affare. No: era evidente che quella ragazza  non faceva per lui e che non avrebbe mai potuto renderlo felice.

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novembre 12, 2007 - Posted by | scritte

3 commenti »

  1. la vendetta è un piatto che si serve freddo, dicono, e questa tua è anche molto elegante e divertente.

    Direi inoltre che tutto è bene ciò che finisce bene 🙂

    Anche a me è andata bene, quando mi ritrovai spedito in via De Amicis invece che in via Sforza (Ascanio): fui costretto a chiedere nuovamente indicazioni, questa volta ad una fanciulla ciclista dalle bionde trecce che dichiarò che ci stava andando anche lei in questa via Sforza offrendosi di accompagnarmi; fu così che mi ritrovai a seguire la mia Beatrice fin dentro alla Sormani, divenuta con pronta decisione anche mia urgente meta giornaliera e abbandonata senza rimpianti quella che mi attendeva dall’altro Sforza. Alla Sormani fu facile trovare un libro che si prestasse a fare da galeotto, complici i solerti commessi.
    Ho sempre ripensato con gratitudine a chi, pur inconsapevole del ruolo che il destino le faceva giocare, mi fece deviare dalla retta via, quel giorno, in viale Papiniano.

    Commento di guido | novembre 12, 2007 | Rispondi

  2. mi piace com’è scritto.
    ciao

    Commento di remo | novembre 13, 2007 | Rispondi

  3. grazie, rb 😉

    Commento di forzaelettromotrice | novembre 13, 2007 | Rispondi


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