ombre
“Nella notte inesorabile dello scantinato, Arvind Acharya si infatuò della propria ombra. Si aggirava nell’ambiente con l’esilarante sensazione di essere uno spettro bidimensionale. Disponeva le lampade da tavolo in vari modi sul bancone per vedersi sulle pareti e sul pavimento in scale sproporzionate. Non riusciva quasi mai a staccare lo sguardo dalla propria ombra, perché era affascinato dall’idea che quelle immagini illusorie avessero i suoi stessi ricordi e le sue stesse teorie. E la stessa moglie. Astutamente, le ombre gli chiesero perfino di riconoscere loro lo status di creature reali, visto che in ogni caso la realtà era una mera percezione dell’occhio. Così glielo concesse. Si moltiplicò mediante le sue ombre e sedette in mezzo a loro, pacificato dalla consapevolezza che esisteva qualcuno che era esattamente come lui, che lo capiva e che addirittura lo amava.”
Manu Joseph, “Il gioco di Ayyan“

“esattamente come lui”…