io non temo più
Lassi, piangiamo, oimè! ché l’empia Morte
N’ha crudelmente svelta una più santa,
Una più amica, una più dolce pianta
Che mai nascesse; ahi nostra triste sorte!
Ahi! del Ciel dure leggi, inique e torte
Per cui sì verde in sul fiorir si schianta
Sì gentil ramo; e ben preda altra e tanta
Non rest’all’ore sì fugaci e corte.
Or poi che ‘l nostro segretario antico
In ciel ha l’alma e le membra sotterra,
Morte, io non temo più le tue fere arme.
Per costui m’era ‘l viver fatto amico;
Per costui sol temea l’aspra tua guerra;
Or che tolto me l’hai, che puo’ tu farme?
Ludovico Ariosto, sonetto XXXVI
